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Tutti gli uomini (e le donne) sono mortali. ("Finitudine" di Telmo Pievani)

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  Tutto scorre e si avvia verso la fine, non solo la nostra vita di esseri minuscoli e marginali, ma anche la parabola di esistenza della Terra, del Sole, dell’intero Universo. Di questo si occupa il romanzo filosofico di Telmo Pievani, “Finitudine”, dove grazie a un dialogo impossibile (e immaginario) tra Albert Camus e Jacques Monod, si argomenta l’idea che nella morte non c’è senso né via di fuga, ma è grazie alla nostra libertà che possiamo accettarne l’ineluttabilità. Complicato? Forse. Ma vale la pena riflettere, accompagnati da un artificio narrativo originale, che immagina Camus, sopravvissuto all’incidente che in realtà lo uccise, dialogare durante la convalescenza con l’amico biologo e premio Nobel Jacques Monod, a proposito di un libro che stanno scrivendo insieme sulla finitudine cosmica. Sono entrambi partigiani, anti nazisti, ribelli, e concordano su un fatto : la consapevolezza della finitudine di tutte le cose non deve condannarci al nichilismo e al pessimismo cosm...

Ricordo di un’estate (“Goodbye, Columbus” di Philip Roth)

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Nel 1959, a 26 anni esci con il tuo primo racconto lungo (o romanzo breve) e vinci il National Book Award l’anno successivo. Debutti così come scrittore, e ti chiami Philip Roth. Nel tuo debutto letterario c’è già tutto il tuo mondo, i tuoi argomenti ricorrenti, la tua ironia e il tuo sarcasmo, le tue frasi brillanti e i tuoi dialoghi senza pietà. C’è un giovane, Neil, bibliotecario ebreo di Newark laureato in filosofia, che conosce Brenda Patimkin, giovane bellissima sportivissima e vezzeggiatissima figlia maggiore di Ben Patimkin, ebreo che da Newark si è affrancato dopo essersi arricchito producendo e vendendo acquai e lavandini. Sono dei parvenu , i Patimkin, ormai spostatisi nei quartieri ricchi di Short Hills, perbenisti e ipocriti come gran parte della società americana di allora. E’ quello che pensi e non esiti a sfidare polemiche e accuse: cominci già dal tuo primo romanzo a mostrare come le cose non siano mai cosi semplici o definite, smascheri i filistei e i luoghi comuni,...

Un grande spirito (“I fratelli Karamazov” di Fëdor Michailovič Dostoevskij)

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Chi legge Dostoevskij non si riprenderà più, per tutta la vita, come ha scritto Paolo Nori ( qui  il post), preciso come una freccia dentro la Russia che ognuno si porta dentro. C’è naturalmente imbarazzo da parte mia a dire alcunché su questo romanzo-mondo, non credo di essere capace in poche battute di dare una descrizione sufficiente del viaggio che regala la lettura de “ I fratelli Karamazov ". Spero solo di convincere qualcuno a leggerlo, se non l’ha fatto. Trovo quasi incredibile che una persona come Dostoevskij sia realmente vissuta (e guardare le sue foto e trovarlo somigliante a Leonardo di Caprio non mi aiuta): la sua stessa vita è un capolavoro, i suoi romanzi sono vere e proprie manifestazioni del sublime dinamico, leggerlo rappresenta amplificare il proprio mappamondo emotivo. Aveva 28 anni quando ha guardato di fronte a sé un plotone di esecuzione, per poi trascorrere 4 anni in una prigione in Siberia. Dostoevskij è un uomo (anzi solo un ragazzo) che riesce a scrive...

Farmaco (“Splendi come vita” di Maria Grazia Calandrone)

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  Una poetessa trova in sé la cura, attraverso parole e musica intrecciate che raccontano e (forse) leniscono. Così mi raffiguro Maria Grazia Calandrone, questa donna straordinariamente coraggiosa che è riuscita a oltrepassare e tradurre in letteratura il suo mal di madre. Il mal di madre è una cosa che le figlie sperimentano, non sempre, non tutte. Ma coloro che lo soffrono probabilmente non ne guariscono mai, anche se imparano a gestirlo, in una specie di barcollante convivenza. Così, anche le scene più agghiaccianti di un amore viscerale e doloroso fra una madre e una figlia (che è due volte figlia) diventano sopportabili, come se dal soffrire provenisse una luminosa energia. Mi è parso questo il coraggio da ammirare, in una donna che avrebbe potuto cancellare, dimenticare, fuggire lontano. Invece ha compreso e trasfigurato, aiutata dalla letteratura. E da uno spirito sicuramente elevato, come credo sia il suo. Non è prosa e non è poesia: nella mia esperienza di lettura mi pare ...

Generation gap (“A misura d’uomo” di Roberto Camurri)

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Roberto Camurri è uno scrittore italiano, compreso fra quelli che generalmente si indicano come “giovani” (e in effetti è nato nel 1982). Lui stesso però, forse insofferente a questa categoria, ha un profilo Instagram dove si è nominato “natovecchio”. “A misura d’uomo” è il suo romanzo di esordio, anche se non è proprio un romanzo in forma classica, ma una serie di racconti che compongono la storia di un luogo e di alcuni dei suoi abitanti: Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, poche migliaia di abitanti nell’orizzonte piatto della Pianura Padana . Dopo averlo letto ho capito un po’ di più il perché del suo nickname: credo che Camurri potrebbe tranquillamente essere nato una ventina di anni prima, e probabilmente lo sa. Non mi aspettavo certo il manifesto generazionale dei trenta-quarantenni, ma neanche un senso di polvere e di déjà vu come quello che mi è rimasto. Provo un certo dispiacere nel dirlo ma questo libro mi ha annoiato. Eppure c’era la provincia, le storie e il dolore ...

La festa del Nulla (“Due vite” di Emanuele Trevi)

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  “ Noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno ”. Ci stiamo ormai sempre più abituando a opere di difficile classificazione: l’ autofiction non è più una novità, mentre continuano a comparire opere ibride e felicemente indefinibili. E’ il caso di questo piccolo libro di Emanuele Trevi, che è un po’ biografia, un po’ memoir , un po’ critica letteraria, un po’ poesia e un po’ riflessione etica, estetica, sentimentale. Io l’ho amato assai, ci ho trovato molta preziosità, molto amore, molta malinconia e molta intelligenza: in 120 pagine leggere, come intendeva Calvino, senza macigni sul cuore, si affrontano temi dolor...

Immacolati silenzi (“Notturno cileno” di Roberto Bolaño)

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  La mia scoperta di Bolaño comincia con questo romanzo. Qualcuno mi ha detto che non è il suo migliore, e probabilmente è così, ma è stata in ogni caso un’esperienza di lettura non neutra. E’ un libro oscuro, notturno come dal titolo, dove è quasi fisica la sensazione di una carenza di ossigeno, soprattutto nella prima metà, caratterizzata da un andamento simile al flusso di coscienza, un monologo interiore scarno di punteggiatura. E’ la parte più dura da affrontare, ma anche la più stupefacente per me: impossibile distogliere gli occhi dalla pagina, anche nello smarrimento provocato da una vicenda ancora misteriosa, da un discorso complesso e da una sintassi fluviale. Possibile che si riesca ad esserne così catturati? Probabilmente è qui che risiede la grande genialità di Bolaño, la sua maestria e la sua vocazione ad essere pietra miliare della letteratura contemporanea. E' una confessione sul letto di morte, con la sincerità devastante di un intellettuale che si alza sul gomito ...