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Un grande spirito (“I fratelli Karamazov” di Fëdor Michailovič Dostoevskij)

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Chi legge Dostoevskij non si riprenderà più, per tutta la vita, come ha scritto Paolo Nori ( qui  il post), preciso come una freccia dentro la Russia che ognuno si porta dentro. C’è naturalmente imbarazzo da parte mia a dire alcunché su questo romanzo-mondo, non credo di essere capace in poche battute di dare una descrizione sufficiente del viaggio che regala la lettura de “ I fratelli Karamazov ". Spero solo di convincere qualcuno a leggerlo, se non l’ha fatto. Trovo quasi incredibile che una persona come Dostoevskij sia realmente vissuta (e guardare le sue foto e trovarlo somigliante a Leonardo di Caprio non mi aiuta): la sua stessa vita è un capolavoro, i suoi romanzi sono vere e proprie manifestazioni del sublime dinamico, leggerlo rappresenta amplificare il proprio mappamondo emotivo. Aveva 28 anni quando ha guardato di fronte a sé un plotone di esecuzione, per poi trascorrere 4 anni in una prigione in Siberia. Dostoevskij è un uomo (anzi solo un ragazzo) che riesce a scrive...

Farmaco (“Splendi come vita” di Maria Grazia Calandrone)

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  Una poetessa trova in sé la cura, attraverso parole e musica intrecciate che raccontano e (forse) leniscono. Così mi raffiguro Maria Grazia Calandrone, questa donna straordinariamente coraggiosa che è riuscita a oltrepassare e tradurre in letteratura il suo mal di madre. Il mal di madre è una cosa che le figlie sperimentano, non sempre, non tutte. Ma coloro che lo soffrono probabilmente non ne guariscono mai, anche se imparano a gestirlo, in una specie di barcollante convivenza. Così, anche le scene più agghiaccianti di un amore viscerale e doloroso fra una madre e una figlia (che è due volte figlia) diventano sopportabili, come se dal soffrire provenisse una luminosa energia. Mi è parso questo il coraggio da ammirare, in una donna che avrebbe potuto cancellare, dimenticare, fuggire lontano. Invece ha compreso e trasfigurato, aiutata dalla letteratura. E da uno spirito sicuramente elevato, come credo sia il suo. Non è prosa e non è poesia: nella mia esperienza di lettura mi pare ...

Generation gap (“A misura d’uomo” di Roberto Camurri)

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Roberto Camurri è uno scrittore italiano, compreso fra quelli che generalmente si indicano come “giovani” (e in effetti è nato nel 1982). Lui stesso però, forse insofferente a questa categoria, ha un profilo Instagram dove si è nominato “natovecchio”. “A misura d’uomo” è il suo romanzo di esordio, anche se non è proprio un romanzo in forma classica, ma una serie di racconti che compongono la storia di un luogo e di alcuni dei suoi abitanti: Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, poche migliaia di abitanti nell’orizzonte piatto della Pianura Padana . Dopo averlo letto ho capito un po’ di più il perché del suo nickname: credo che Camurri potrebbe tranquillamente essere nato una ventina di anni prima, e probabilmente lo sa. Non mi aspettavo certo il manifesto generazionale dei trenta-quarantenni, ma neanche un senso di polvere e di déjà vu come quello che mi è rimasto. Provo un certo dispiacere nel dirlo ma questo libro mi ha annoiato. Eppure c’era la provincia, le storie e il dolore ...

La festa del Nulla (“Due vite” di Emanuele Trevi)

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  “ Noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno ”. Ci stiamo ormai sempre più abituando a opere di difficile classificazione: l’ autofiction non è più una novità, mentre continuano a comparire opere ibride e felicemente indefinibili. E’ il caso di questo piccolo libro di Emanuele Trevi, che è un po’ biografia, un po’ memoir , un po’ critica letteraria, un po’ poesia e un po’ riflessione etica, estetica, sentimentale. Io l’ho amato assai, ci ho trovato molta preziosità, molto amore, molta malinconia e molta intelligenza: in 120 pagine leggere, come intendeva Calvino, senza macigni sul cuore, si affrontano temi dolor...

Immacolati silenzi (“Notturno cileno” di Roberto Bolaño)

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  La mia scoperta di Bolaño comincia con questo romanzo. Qualcuno mi ha detto che non è il suo migliore, e probabilmente è così, ma è stata in ogni caso un’esperienza di lettura non neutra. E’ un libro oscuro, notturno come dal titolo, dove è quasi fisica la sensazione di una carenza di ossigeno, soprattutto nella prima metà, caratterizzata da un andamento simile al flusso di coscienza, un monologo interiore scarno di punteggiatura. E’ la parte più dura da affrontare, ma anche la più stupefacente per me: impossibile distogliere gli occhi dalla pagina, anche nello smarrimento provocato da una vicenda ancora misteriosa, da un discorso complesso e da una sintassi fluviale. Possibile che si riesca ad esserne così catturati? Probabilmente è qui che risiede la grande genialità di Bolaño, la sua maestria e la sua vocazione ad essere pietra miliare della letteratura contemporanea. E' una confessione sul letto di morte, con la sincerità devastante di un intellettuale che si alza sul gomito ...

Mal d’Italia (“Quando tornerò” di Marco Balzano)

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Bisogna partire da un presupposto: il nostro modello sociale di cura e assistenza verso le persone anziane e sole si basa su una grande ipocrisia di fondo, che finge di non vedere il bisogno ormai endemico di lavoratrici migranti irregolari e non riconosciute. E’ uno dei micidiali risultati di un progressivo definanziamento del Sistema Sanitario Pubblico e di una legge sull’immigrazione (la cosiddetta Bossi-Fini) iniqua e razzista: insieme, alimentano una spirale discendente dove la fragilità degli anziani bisognosi di assistenza e delle loro famiglie si nutre della fragilità di donne migranti che abbandonano la loro famiglia in cerca di risorse per poterla sostenere. Il nuovo libro di Marco Balzano, “Quando tornerò”, ha l’indiscutibile pregio di raccontare una delle loro storie senza mai dire chi siano i buoni o chi siano i cattivi, perché è così che succede nella realtà, quando è difficile stilare la classifica di chi soffre di più. La vicenda è quella di Daniela, che da un piccol...

Cina mon amour (“Cigni selvatici” di Jung Chang)

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La storia tumultuosa della Cina e il suo millenario mistero hanno sempre esercitato un magnetismo potente e la storia di Jung Chang, o meglio, la sua insieme a quella di sua nonna e di sua madre, poteva avere le caratteristiche di una saga familiare trascinante, dall’epoca delle concubine fino alle grandi contraddizioni del maoismo. Invece sulla scrittura di Jung Chang predomina una freddezza che è probabilmente il risultato di una vita segnata da grandissime sofferenze. Non a caso la parte più trascinante e coinvolgente è la prima, dedicata alla nonna e al periodo dell’invasione giapponese in Manciuria. E’ la parte di racconto più lontana dalle esperienze dirette dell’autrice e sicuramente quella a cui questa lontananza ha più giovato. Il romanzo si sviluppa poi come un fiume inarrestabile di eventi e dettagli storici, snocciolati in modo a volte quasi asettico, anche nelle descrizioni più "poetiche" di una natura ostile e meravigliosa. Ciò è vero soprattutto nella parte ...