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Game set match ("Open" di Andre Agassi)

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Non è il mio genere, non è il tipo di libro che avrei comprato e letto, ma ha contribuito a consolidare le mie certezze: i libri belli li scrivono gli scrittori ( e le scrittrici). Non serve spiegare perché e in che modo sia potuto capitare che io mi sia messa a leggere Open di Andre Agassi, tuttavia è accaduto, ed è giusto che ne parli: sarebbe troppo facile scrivere solo dei libri che ho amato.  Innanzitutto voglio contraddire, con un certo sottile piacere, quanto scrive Baricco nella quarta di copertina : “se parti non scendi più fino all’ultima pagina”. Non è vero, per me è stato uno strazio arrivare alla fine. Ho intervallato la lettura di Open con un sacco di graphic novel, avevo bisogno di qualcosa che trainasse.  Un andamento della storia squilibrato, per me fastidioso. Parti veloci e scorrevoli alternate a parti in cui si affonda come nelle sabbie mobili.  Ma la cosa più antipatica per me è stata la mancanza di sincerità. Tutte le persone che l...

Telefonare a casa senza nostalgia (Mia madre è un fiume di Donatella Di Pietrantonio)

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La premessa di carattere personale è che sono emotivamente fragile di fronte alle storie che riguardano madri/figlie-i,  padri/figlie-i. La seconda premessa è che non lo sono di fronte a TUTTE le storie sopra indicate. Ricordo ancora quella specie di ingiustificato livore  che mi risvegliò il libro di Marco Peano , “L’invenzione della madre”. Senza addentrarmi troppo (ché sennò sembra che questo post parli di quel libro invece parla di un altro libro), mi dava enormemente fastidio il processo di progressiva beatificazione che sembrava voler descrivere l’autore, nei confronti di una madre malata e poi mancata.  Sarebbe una bella tentazione, ma una profana come me non può mettersi qui a discettare con superficialità  di significato simbolico della figura della madre, di matriarcato, di eredità matrilineare eccetera eccetera. Si andrebbe davvero oltre. Semplicemente, il libro di Donatella di Pietrantonio, Mia madre è un fiume , mi ha colpito perché in a...

Strani frutti (Ragazza nera ragazza bianca di Joyce Carol Oates)

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Joyce Carol Oates è una scrittrice super prolifica. Difficile aver letto tutto ciò che ha scritto (e continua a scrivere). E’ una grande firma della letteratura americana , ma la sua notorietà resta schiacciata tra il Nobel di Alice Munro e il mancato Nobel di Philip Roth: eppure la sua grande capacità di evidenziare le ipocrisie d’America meriterebbe più risalto, almeno presso i lettori italiani.  Io ho letto di recente “Ragazza nera ragazza bianca” e pur essendo consapevole che non è fra i suoi libri che ricorderò in eterno, l’ho trovato intelligente. Una storia minimale, se non fosse per il tragico finale, di cui si è subito messi a conoscenza. Una storia di college e adolescenza femminile, fatta di quei particolari e di quei dondolii emotivi su cui si incaponiscono spesso le ragazze a diciannove anni, ma anche una storia ricca di spunti per riflettere su come il mondo dei priviliegiati progressisti nasconda a volte ampie dosi di ipocrisia....

Viaggio intorno alla giustizia (La banalità del male di Hannah Arendt)

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Ci sono frasi, espressioni, modi di dire, che rappresentano un intero sistema logico, che al solo essere pronunciate evocano un mondo complesso di valori, punti di riferimento, chiavi di lettura dei fenomeni. “La banalità del male” è una di quelle espressioni spugnose, che assorbono e rilasciano in base al contesto in cui vengono usate.  Non c’è articolo di cronaca nera che non tiri in ballo questa espressione, soprattutto se si tratta di persone comuni e insospettabili che all’improvviso compiono delitti atroci ed efferati. A un certo punto mi sono stufata e ho deciso di leggere il famoso libro di Hannah Arendt dedicato al processo di Eichmann che si svolse a Gerusalemme nel 1961: mi sono ripromessa che in futuro userò l’espressione “la banalità del male” solo in aderenza al senso di chi l’ha concepita e argomentata. Le parole sono importanti, mi ripeto sempre, e vanno usate con parsimonia e circospezione.   Pensavo fosse un saggio filosofico e ne ave...

Catalogo Emozioni De Luxe (Sillabari di Goffredo Parise)

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Quanto sono belle le atmosfere che crea Goffredo Parise nei Sillabari . C’è Calvino, c’è Piero Chiara, c’è l’Italia che sembra America, ci sono le signore eleganti senza nome, gli uomini pensosi con cappello, i buffet delle stazioni: anche i cani sembrano più intelligenti. I Sillabari andrebbero fatti leggere a tutti gli adolescenti, per avviare quella educazione sentimentale che nelle scuole ancora non siamo riusciti a far entrare. Sono loro, i ragazzi non ancora uomini e le fanciulle non ancora donne, che si possono permettere il lusso di pensare a un Bacio che si ricorda dopo trent’anni, a un’Amicizia fatta di dettagli quasi invisibili, alla Bellezza come distillato del quotidiano. I ragazzi ai quali dovremmo garantire ancora il lusso della noia, del tempo sprecato, delle estati vuote e dei ricordi mai raccontati.  C’è un'apparente semplicità nelle descrizioni, che però non toglie il piacere di immaginare scene raffinatissime, filmiche, ...

Scrivere di Leggere

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Non è una cosa semplice scrivere di libri. Così come non è semplice parlarne, senza sembrare pedanti, saccenti e pretenziosi. Mi torna sempre in mente la fantastica scena di Io e Annie , quando Alvy è in fila per entrare al cinema e un saccente professore dietro di lui pontifica in maniera insopportabile, arrivando a citare Marshall McLuhan : "che cosa non darei per avere un'enorme palata di cacca di cavallo" dice Alvy e magicamente appare McLuhan che umilia il saccentone. Una scena immortale e di primaria importanza nella mia caotica enciclopedia interpretativa, la mia "biblioteca delle biblioteche" (ops un'altra citazione). Come far capire a chi si chiede quale narcisismo si nasconda dietro a un blog (forse nessuno?) che chi scrive non sempre ha in mente un pubblico cui rivolgersi, ma si affida fiducioso al lector in fabula ? Alvy odia chi pontifica ma non lesina certo citazioni, battute brillanti e dialoghi scoppiettanti: per il piacere di chi?...

Forget New York (Manhattan Transfer di John Dos Passos)

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Per leggere questo libro sarà utile dimenticarsi per un po' della New York cool e glamour, di quella romantica dell'indian summer a Central Park e di quella dei caffè americani con ciambella e con vista sulle street di Manhattan. Manhattan Transfer di John Dos Passos è un libro che racconta l'era giurassica di NY, quella subito dopo le Gangs of New York ma ancora sferragliante di gru, punteggiata di incendi e affollata di morti di fame. Si respira contemporaneamente l'aria del Grande Gatsby e quella di C'era Una Volta In America. Due città diverse, ma in ogni caso le si amano entrambe. Come una madre e una figlia che esprimono due versioni dello stesso charme. Non è vero che è una lettura impegnativa: non è più difficile che seguire un film che usa pochi piani sequenza e molto montaggio. Sembra impossibile ma la scrittura di Dos Passos consente, se si chiudono gli occhi, di sentire il rumore del traghetto di Staten Island o il sapore dei cocktail o l...