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Strani frutti (Ragazza nera ragazza bianca di Joyce Carol Oates)

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Joyce Carol Oates è una scrittrice super prolifica. Difficile aver letto tutto ciò che ha scritto (e continua a scrivere). E’ una grande firma della letteratura americana , ma la sua notorietà resta schiacciata tra il Nobel di Alice Munro e il mancato Nobel di Philip Roth: eppure la sua grande capacità di evidenziare le ipocrisie d’America meriterebbe più risalto, almeno presso i lettori italiani.  Io ho letto di recente “Ragazza nera ragazza bianca” e pur essendo consapevole che non è fra i suoi libri che ricorderò in eterno, l’ho trovato intelligente. Una storia minimale, se non fosse per il tragico finale, di cui si è subito messi a conoscenza. Una storia di college e adolescenza femminile, fatta di quei particolari e di quei dondolii emotivi su cui si incaponiscono spesso le ragazze a diciannove anni, ma anche una storia ricca di spunti per riflettere su come il mondo dei priviliegiati progressisti nasconda a volte ampie dosi di ipocrisia....

Viaggio intorno alla giustizia (La banalità del male di Hannah Arendt)

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Ci sono frasi, espressioni, modi di dire, che rappresentano un intero sistema logico, che al solo essere pronunciate evocano un mondo complesso di valori, punti di riferimento, chiavi di lettura dei fenomeni. “La banalità del male” è una di quelle espressioni spugnose, che assorbono e rilasciano in base al contesto in cui vengono usate.  Non c’è articolo di cronaca nera che non tiri in ballo questa espressione, soprattutto se si tratta di persone comuni e insospettabili che all’improvviso compiono delitti atroci ed efferati. A un certo punto mi sono stufata e ho deciso di leggere il famoso libro di Hannah Arendt dedicato al processo di Eichmann che si svolse a Gerusalemme nel 1961: mi sono ripromessa che in futuro userò l’espressione “la banalità del male” solo in aderenza al senso di chi l’ha concepita e argomentata. Le parole sono importanti, mi ripeto sempre, e vanno usate con parsimonia e circospezione.   Pensavo fosse un saggio filosofico e ne ave...

Catalogo Emozioni De Luxe (Sillabari di Goffredo Parise)

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Quanto sono belle le atmosfere che crea Goffredo Parise nei Sillabari . C’è Calvino, c’è Piero Chiara, c’è l’Italia che sembra America, ci sono le signore eleganti senza nome, gli uomini pensosi con cappello, i buffet delle stazioni: anche i cani sembrano più intelligenti. I Sillabari andrebbero fatti leggere a tutti gli adolescenti, per avviare quella educazione sentimentale che nelle scuole ancora non siamo riusciti a far entrare. Sono loro, i ragazzi non ancora uomini e le fanciulle non ancora donne, che si possono permettere il lusso di pensare a un Bacio che si ricorda dopo trent’anni, a un’Amicizia fatta di dettagli quasi invisibili, alla Bellezza come distillato del quotidiano. I ragazzi ai quali dovremmo garantire ancora il lusso della noia, del tempo sprecato, delle estati vuote e dei ricordi mai raccontati.  C’è un'apparente semplicità nelle descrizioni, che però non toglie il piacere di immaginare scene raffinatissime, filmiche, ...

Scrivere di Leggere

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Non è una cosa semplice scrivere di libri. Così come non è semplice parlarne, senza sembrare pedanti, saccenti e pretenziosi. Mi torna sempre in mente la fantastica scena di Io e Annie , quando Alvy è in fila per entrare al cinema e un saccente professore dietro di lui pontifica in maniera insopportabile, arrivando a citare Marshall McLuhan : "che cosa non darei per avere un'enorme palata di cacca di cavallo" dice Alvy e magicamente appare McLuhan che umilia il saccentone. Una scena immortale e di primaria importanza nella mia caotica enciclopedia interpretativa, la mia "biblioteca delle biblioteche" (ops un'altra citazione). Come far capire a chi si chiede quale narcisismo si nasconda dietro a un blog (forse nessuno?) che chi scrive non sempre ha in mente un pubblico cui rivolgersi, ma si affida fiducioso al lector in fabula ? Alvy odia chi pontifica ma non lesina certo citazioni, battute brillanti e dialoghi scoppiettanti: per il piacere di chi?...

Forget New York (Manhattan Transfer di John Dos Passos)

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Per leggere questo libro sarà utile dimenticarsi per un po' della New York cool e glamour, di quella romantica dell'indian summer a Central Park e di quella dei caffè americani con ciambella e con vista sulle street di Manhattan. Manhattan Transfer di John Dos Passos è un libro che racconta l'era giurassica di NY, quella subito dopo le Gangs of New York ma ancora sferragliante di gru, punteggiata di incendi e affollata di morti di fame. Si respira contemporaneamente l'aria del Grande Gatsby e quella di C'era Una Volta In America. Due città diverse, ma in ogni caso le si amano entrambe. Come una madre e una figlia che esprimono due versioni dello stesso charme. Non è vero che è una lettura impegnativa: non è più difficile che seguire un film che usa pochi piani sequenza e molto montaggio. Sembra impossibile ma la scrittura di Dos Passos consente, se si chiudono gli occhi, di sentire il rumore del traghetto di Staten Island o il sapore dei cocktail o l...

Piccole cose (Trilogia di Holt di Kent Haruf)

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Sono stati versati fiumi di inchiostro su Kent Haruf. Si è addirittura parlato di "fenomeno Haruf". Probabilmente il vero fenomeno è quello di una piccola casa editrice, la NN, che azzecca il colpo e rende celebre in Italia un autore semi-sconosciuto fino a poco tempo fa. Leggendo i libri di Kent Haruf infatti non mi viene da pensare a lui come a un "fenomeno". Ognuno di noi probabilmente lo immagina come una persona gentile, appartata e sensibile. Come la sua scrittura. Chissà se l'uomo Haruf era davvero come le parole e le storie che ha scritto. Mi ha colpito sapere che ha scritto il suo ultimo libro quando già era malato, con una specie di corsa contro il tempo, per finirlo prima di andarsene. Ho letto tutta la Trilogia della Pianura e anche "Le nostre anime di notte" , in un periodo per me sempre molto delicato: luglio, il mese più crudele. I personaggi ormai sono usciti dai rispettivi libri e parlano fra di loro, aiutati dal fatto c...

Il Dio della Scrittura (Libertà di Jonathan Franzen)

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Ogni volta che leggo le recensioni dei libri che mi sono piaciuti mi incavolo sempre. In generale le leggo solo DOPO che li ho finiti, e ugualmente faccio con i film, prima li vedo poi mi leggo le critiche: questione di buonsenso. Dopo che ho finito Libertà di Franzen mi son messa a fare la stessa cosa, forse perché mi aveva molto coinvolto e mi andava di continuare a frequentare i personaggi del libro, i Berglund, Richard Katz, Lalitha. Naturalmente mi sono incavolata. Si può criticare uno scrittore perché è troppo bravo a scrivere? Ho letto recensioni di signori nessuno che si esercitano alla ricerca del pelo nell'uovo e che parlano di presunzione. No, dico: presunzione. Uno che ci ha messo dieci anni a scrivere un libro di 1200 pagine, un libro che ti fumi in pochi giorni perché non riesci ad appoggiarlo sul comodino, un libro che viene dopo "Le correzioni", fulminante successo internazionale che lo aveva fatto conoscere in tutto il mondo (immagino anche l...