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Ritratto di un intellettuale sentimentale (“Lasciar andare” di Philip Roth)

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A volte l’aneddotica intorno a un libro è utile per capire dettagli importanti: questo romanzo è il primo che Roth pubblicò, a 29 anni, e il titolo fu tradotto nella prima edizione italiana inspiegabilmente come “Lasciarsi andare” (il titolo originale è “Letting go”). Solo in seguito fu tradotto come “Lasciar andare”. Se si dovesse stare al titolo dunque, sembrerebbe davvero di aver a che fare con due libri diversi: dopo averlo letto si intuisce il perché. In quel “lasciar andare” del titolo, c’è il pronunciamento di un auspicio, la dichiarazione di una necessità, il manifestarsi segreto di un programma: se lo si muta in "lasciarsi andare", il colore della vicenda cambia, a mio parere perdendo di quota. “Letting go” è un romanzo che brulica di persone, di dialoghi, di vita: tutti, a partire dai personaggi principali come Gabe Wallach, Libby e Paul Herz, Martha Regenhart, fino ad arrivare ai comprimari e ai personaggi di contorno (penso al padre di Wallach e a m...

Duellanti ("Le braci" di Sándor Márai)

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Finalmente l'ho letto. Uno di quei libri che sai di dover leggere (anche per colmare una lacuna non trascurabile nei confronti della letteratura est-europea) ma che non trovi mai il momento giusto per iniziare. Questa volta mi sono decisa, anche per capire cosa c'è in questo autore che ha incantato molti. L'esperimento non è riuscitissimo. Ho letto e ho sicuramente potuto godere di un bel libro e di una prosa di alto livello, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentita delusa. Intanto, nessuna simpatia per i personaggi, né il generale Henrik né l'amico Konrad, ormai più che settantenni a rievocare la loro amicizia e la rottura della stessa. Anzi, non è esatto: a dire il vero alla fine ho provato quasi simpatia per Konrad, che tace per quasi tutto il libro e si fa apprezzare, al confronto con l'innarestabile logorroico Henrik che monologa per una notte intera e alla fine getta nel fuoco l'unica cosa che mi ha provocato un guizzo di vitale ...

Lo spazio per esistere (“Fame” di Roxane Gay)

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Sarebbe inopportuno dilungarsi sugli aspetti più fastidiosi di questo libro. Non è un romanzo, probabilmente non è neanche letteratura intesa nel senso classico del termine. Quindi il fatto che sia a tratti ripetitivo, frammentario e senza un intreccio coerente non dovrebbe compromettere del tutto l’esperienza di lettura. E’ prima di tutto la storia di una donna (che sia anche insegnante, attivista, scrittrice, editorialista, etc, è secondario) che parla del suo corpo “disobbediente”. La sua sincerità arriva come uno schiaffo, e per fortuna non c’è il minimo elemento di melodramma. La storia di Roxane Gay è una storia che bisogna avere il coraggio di raccontare, e lei l’ha trovato. Avere un corpo grasso, molto più che grasso, oggi, vuol dire tante cose che spesso sfuggono a chi non sa provare empatia: come sedersi? come prendere un mezzo? come reagire ai consigli non richiesti? come vestirsi? come difendersi? come fidarsi? come riuscire ad accettarsi? Questo è un valore ind...

Si parla sempre degli assassini, quasi mai delle vittime (“Gli eroi di via Fani” di Filippo Boni)

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La prima cosa di cui vorrei ringraziare Filippo Boni è di aver scritto questo libro. La seconda cosa è di non aver citato mai Pasolini e la sua famosa poesia sugli scontri di Valle Giulia (“Il PCI ai giovani”), così fraintesa e sempre tirata in ballo.  Perché non nego che mi sia venuta in mente leggendo le storie dei cinque eroi di via Fani, tutti figli del popolo, spesso di famiglie poverissime. Cinque vite e cinque famiglie, finalmente tolte dall’ombra (che spesso era stata volutamente cercata, come riparo al dolore) e narrate con molta serietà e partecipazione. Cinque storie di uomini che hanno trovato la convergenza estrema in quel 16 marzo del 1978, quando le Brigate Rosse sequestrarono Aldo Moro uccidendo tutti gli uomini della sua scorta. Nella rivendicazione della strage i terroristi scrissero (Comunicato n.1, diffuso subito dopo il rapimento di Moro) : “la sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata”. Usa...

Paese a Crescita Zero ("Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood)

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Tanto si è detto di questo libro che, scritto alla metà degli anni '80, in ogni decennio successivo (incluso quello che stiamo vivendo) è stato in grado di provocare inquietudine e sollevare un'eco sinistra. Io chi sono per non farmi inquietare da questo romanzo? Nessuno, e infatti non nego una certa sensazione di preoccupato grigiore alla lettura. Ma devo pur sempre ammettere che fra la narrativa distopica letta (forse poca?) non è l'opera che più mi ha adombrato. Non quanto 1984 di Orwell, ad esempio. Ho cercato anche di darmi una risposta, pensando alle cose che più mi sono mancate in questa storia. Capisco la necessità di un disvelamento progressivo della vicenda, capisco l'espediente del diario (audiodiario) e trovo intelligente aver utilizzato l'epilogo in forma di conferenza postuma per chiarire molti aspetti che Difred (l'ancella protagonista) ovviamente non chiarisce nella sua amarissima testimonianza. Però mi è mancata qualche descrizione in più, ...

Le colline dove si è sparso il sangue ("La casa in collina" di Cesare Pavese)

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Lettura mirabile, quintessenza dello stile narrativo di Pavese, ricca delle sue descrizioni meravigliose di una natura serena e imperturbabile, del suo incedere maestoso nella lingua italiana. Serbatoio di frasi perfette, di parole che sembrano illuminate dal di dentro e spiccano non solo sulla pagina, ma soprattutto dietro agli occhi chiusi di chi immagina, leggendo.  Mi scuso per l'enfasi, ma non vi è altro modo per me di esternare cosa sia leggere Cesare Pavese. Qui, Pavese si arrovella sul ruolo dell'intellettuale in una condizione come quella del periodo cruciale che va dall'8 settembre 1943 alla Liberazione (il 25 aprile 1945). Lo fa con grande onestà, non nascondendo il senso di inutilità, le paure, la passività e il pessimismo di Corrado, il protagonista, che sperimenta su se stesso come la guerra possa inaridire gli animi. Corrado respira le colline e se ne sta nei sentieri fra i boschi, senza decidersi mai a far niente, nascosto ai fascisti, all'amore, all...

Train de vie (La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead)

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Sono un po’ a disagio a parlare di cosa mi è rimasto dopo la lettura di questo libro. Perché ad essere sincera l’impronta emotiva che mi ha lasciato è stata davvero sbiadita, povera, fredda. Come spesso accade, avevo aspettative non trascurabili: un libro che ha vinto premi prestigiosissimi e ha fatto scomodare più di un paragone (dal Quentin Tarantino di Django unchained a Il Colore Viola di Spielberg). A me è venuto in mente 12 anni schiavo di Steve McQueen ad esempio. Citazioni cinematografiche soprattutto, proprio perché il libro ha questa marcata caratteristica. Da un certo punto di vista sembra essere già il soggetto del film tratto da se stesso: infatti a mio parere pecca di vuoti narrativi, personaggi di superficie, mancanza di indagine interiore, come se un soggettista avesse dovuto necessariamente tagliare qualcosa, concentrato solo su alcune scene forti che lasciano fuori fuoco i comprimari e il contesto. Ovviamente non posso negare che è in ogni caso una bella le...