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Del Comando e del Comandare (l'Imperatore) ("Augustus" di John Williams)

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Le vite romanzate dei grandi personaggi della storia classica sono un vero e proprio genere, che ha molti estimatori e appassionati.  Non sono particolarmente attratta da questo tipo di biografie, anche se ne ho letta qualcuna (la più recente, Io, Claudio di Robert Graves): mi sembrano tempi così lontani che ho qualche difficoltà a sviluppare empatia con i personaggi, leggo con la stessa attitudine con cui guardo i film americani dedicati all’Antica Roma, ai 300 spartani di Leonida o ad Alessandro Magno, tutti d’un fiato ma senza grande commozione. Ovviamente da questo filone escludo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, che è un capolavoro outsider, con il quale è impossibile fare paragoni.  Con queste premesse non avrei probabilmente intrapreso una nuova lettura su un imperatore romano, ma ero curiosa di questo Augustus , perché il suo autore, John Williams, è lo stesso di Stoner , recente caso editoriale di riscoperta (è del 1965). Il romanzo è og...

Le donne le donne le donne ("La femmina nuda" di Elena Stancanelli)

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Sarò breve. Quando le donne scrivono di altre donne usando la categoria del trito e del ritrito, provo una sensazione che sta tra il nervosismo e la noia. Temi importanti come l’abbandono, il sesso, il corpo, l’anoressia, l’ossessione, trattati con una superficialità fastidiosa. La storia è quella più vecchia del mondo: donna abbandonata da uomo per altra donna, sintesi che potrebbe andare bene anche per descrivere Anna Karenina. Avevo addirittura avuto la tentazione di comprarlo questo libro, poco dopo l’uscita, perché era circondato da pareri positivi di scrittrici che stimo. Invece poi non l’ho preso (menomale) e l’altro giorno l’ho trovato in biblioteca.  Detesto fare paragoni del tutto campati in aria, ma ho immaginato cosa sarebbe diventata questa storia comunque banalotta in mano a Joyce Carol Oates o a Simona Vinci. Che in ogni caso stanno su un altro pianeta. Desolata. * La femmina nuda , Elena Stanc...

Sotto il Mondo delle Parole ("Underworld" di Don Delillo)

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L’impresa di parlare di Underworld di Don Delillo è complessa. Sicuramente più complessa di quanto non sia leggere questo prezioso romanzo. Per fortuna non ho l’ambizione di fare recensioni vere e proprie, né sono una critica letteraria. Senza che ci siano rischi di svelare il finale, posso dire che il libro, quasi 900 potenti pagine, si chiude con una parola non banale : Pace. Sbattere giù la quarta di copertina dopo aver letto quella parola (e l’intero libro) mi ha lasciato per una ventina di minuti ferma a pensare e a guardare nel vuoto, cercando di ricapitolare. Non è che mi capita spesso. C’è un’atmosfera di impegno presente in tutto il romanzo, impossibile sperare che possa essere una lettura leggera: questo però non vuol dire che sia noioso o che servano chissà quali doti per poterlo apprezzare. E’ complesso, certo, e la trama è una tessitura elaborata di storie pubbliche e private che saltellano su e giù da un decennio all’altro....

Ideologie e Ipocrisie ("Ho sposato un comunista" di Philip Roth)

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Stiamo parlando del Maestro, o del Grande Vecchio, come più si preferisce. Sono sufficientemente timorata e rispettosa per non sapere neanche da che parte cominciare. Per cui sarò molto breve. Di fronte a Philip Roth serve sintesi, essenzialità, osso. Questo romanzo fa parte della cosiddetta trilogia americana, insieme a “Pastorale americana” e a “La macchia umana”: è una cosa che è bene sapere prima di leggerlo perché è dell’America che si parla e della sua ipocrisia, dei suoi snodi storici fondamentali (qui siamo negli anni Cinquanta in pieno maccartismo), visti attraverso lo sguardo meravigliosamente nitido di Roth. Cose che mi hanno commosso in questo libro, e che mi fanno pensare che il Grande Vecchio sia davvero grande: - il discorso che il padre di Nathan Zuckerman fa a Ira Ringold prima di mandarlo con lui nella casetta sul lago: è un discorso bellissimo, di amore e responsabilità di un padre verso un figlio. - Il personaggio di Murray Ringold...

Nigerian Blues ("Americanah" di Chimamanda Ngozi Adichie)

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Si vive un sottile senso di rimpianto dopo aver letto un secondo libro di qualcuno che si è scoperto dopo la lettura fulminante del primo, soprattutto quando le aspettative naufragano.  E’ questo che mi è successo con Chimamanda, di cui avevo parlato qui , dopo aver letto Metà di un sole giallo .  Non nego la piacevolezza della lettura, il fascino della storia e di alcuni personaggi minori, ma in Americanah c’è stato qualcosa di artificiale che non mi ha convinto. La protagonista, Ifemelu, ha finito per starmi antipatica. Eppure certi concetti sul razzismo, sulla differenza tra l’essere neri americani e africani, sul modo paternalistico con cui bianchi progressisti finiscono per rendere più subdoli certi meccanismi relazionali, meritavano contesti meno superficiali, a mio avviso.  Vorrei evitare gli spoiler, quindi non mi dilungo in dettagli, ma voglio ugualmente citare due cose che mi hanno sconcertato.  Uno: la totale indifferenza di Ifemelu p...

Com-passione ("La prima verità" di Simona Vinci)

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La follia cos’è?  E chi può decidere se un uomo o una donna è matta o solo complicata e scomoda?  Chi ha il diritto di dire che la testa di un bambino non funziona? Nel libro di Simona Vinci, La prima verità , la follia parte spesso dal dolore, un dolore inspiegabile, insopportabile, non riferibile, non gestibile.  La follia non è nella testa degli internati di Leros, l’isola di confino psichiatrico e politico della Grecia dei colonnelli : la follia è più spesso nella la crudeltà con cui gli uomini si fanno aguzzini e carcerieri impietosi di altri esseri umani. Non c’è scampo neanche negli affetti familiari, spesso prima sorgente di strazio e dolore. Non ci sono braccia materne e comprensive a proteggere dal buio queste creature, la miseria non lo consente.  Non c’è molto spazio per la pietà a Leros, forse neanche verso se stessi: anche gli infermieri dell’ospedale psichiatrico vivono una quotidianità oscura, quasi ferina, senza barlumi di speranz...

Un fiume di donne ("Amy e Isabelle" di Elizabeth Strout)

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Mi sento in colpa perché leggo molta letteratura americana contemporanea (o comunque novecentesca), a volte esaltandomi e a volte commuovendomi, mentre non ho lo stesso slancio verso scrittrici o scrittori italiani (viventi). Su un gruppo Facebook di lettori qualche giorno fa è comparso un post che esprimeva questo stesso mio disagio, e chiedeva se si potevano trovare fra gli scrittori italiani alcuni del livello di Roth, Franzen, Carrére, etc. E’ partita una discussione molto articolata e interessante e sono stati citati molti autori italiani, ma ognuno di loro è stato ricordato per un libro, un exploit singolo, non per un’ intera carriera. Forse siamo noi italiani ad essere esterofili, chissà.  Elizabeth Strout è una di quelle autrici, americane e viventi, che ho letto con molta partecipazione ed emozione. Ci son cose che funzionano da dio in certi autori americani: ti raccontano di una società tipicamente statunitense, di un paesaggio nordamericano, di tempi e lu...